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Modena, tecnico sequestrato in Libia: «La Piacentini fu responsabile»


MODENA. La Piacentini Costruzioni lo assunse e lo mandò in missione in Libia in un momento turbolento che presto sarebbe sfociato in una nuova guerra civile. Gli fu data protezione al cantiere nel porto di Zuara, a ovest di Tripoli, la città dove aveva l’incarico di coordinare le trivellazioni, ma la ditta modenese non gli diede alcuna scorta durante i tragitti in auto e nella villa dove abitava. Solo dopo il suo rapimento la ditta estese la sorveglianza armata ovunque.



 



Per essere stato rapito, tenuto sotto sequestro in condizioni brutali e con torture, per i danni fisici e lo stress postraumatico permanente ora il Tribunale di Modena gli ha riconosciuto un diritto di risarcimento che potrà chiedere come creditore privilegiato al curatore fallimentare della Piacentini. I giudici della Terza Sezione Civile, presieduti da Emilia Salvatore, hanno fissato questa somma in circa 180mila euro, meno della metà della richiesta degli avvocati del tecnico.



 



A sette anni dal sequestro, durato quattro mesi e dieci giorni in condizioni estreme, è questo l’esito giudiziario del dramma che ha colpito Marco Vallisa, tecnico 60enne di Cadeo di Piacenza. Un uomo che porta i segni delle gravi sofferenze patite e che dice di non poter più sostenere un altro lavoro in condizioni di stress. La sentenza conferma la richiesta arrivata dopo un primo no del giudice nel marzo 2020 ad essere ammesso allo stato passivo tra i creditori dell’azienda modenese, fallita nel 2019 dopo un anno in concordato. Dall’atto dei suoi legali, emergono dettagli impressionanti e finora sconosciuti sul suo sequestro.



Alle 7 della mattina del 5 luglio 2014, appena uscito dalla villa in un quartiere signorile di Zuara per recarsi al cantiere, venne sequestrato da un commando di 4 uomini armati e mascherati che parlavano arabo. Venne caricato sul loro mezzo con due operai: il macedone Emilio Gafuri e il bosniaco Petar Matic. I due furono liberati il giorno dopo: la preda era Vallisa. Per il tecnico bisognò aspettare l’11 novembre quando fu annunciata la liberazione. Si parlò di un riscatto pagato dal governo italiano, il ministro Paolo Gentiloni negò. Caso chiuso. Invece Vallisa sopportò quei mesi di prigionia riportando danni fisici certificati dall’Inail in una invalidità permanente consistente. Era stato legato mani e piedi col fil di ferro. Lo avevano picchiato sui piedi. Gli avevano rotto una costola. Soprattutto subì gravi da fame e disidratazioni per la poca acqua che gli davano da bere in estate in una zona semidesertica. Il ricordo di quei giorni gli ha provocato un grave stress certificato dai medici. E anche dal perito del tribunale. Insomma, una situazione gravissima. Ma non per la Picentini che un anno dopo gli ordinò di tornare proprio là dove era stato rapito. Vallisa rifiutò e dovette dare le dimissioni. Gli rimasero i segni degli squilibri dietetici e delle disidratazioni, molte sofferenze divennero croniche.



Questa situazione terribile è stata causata dal datore di lavoro? Vallisa non ha dubbi: i suoi avvocati elencano una lunga serie di fattori. Il curatore fallimentare nega invece che ci sia una correlazione sostenendo che sarebbe stato rapito da malavitosi locali che lo avevano notato. I giudici di Modena ritengono che il curatore fallimentare non possa disfarsi di questo legame tra la missione ad alto rischio e il sequestro e che anzi sia provato da una serie di fatti. Il curatore sosteneva che la Piacentini era arrivata in Libia in un momento di relativa tranquillità e gli scontri sarebbero ripresi pochi giorni dopo il sequestro. I giudici notano una lunga serie di eventi terroristici che dimostrano come le ostilità non erano mai cessate. Il visto del Ministero del Lavoro per 15 trasfertisti della Piacentini non prova che la situazione fosse favorevole. Ma l’aspetto più grave è la sicurezza parziale fornita dalla ditta modenese. Se le guardie armate del governo locale, il committente dei lavori, rendevano il porto sicuro, nessuno proteggeva i dipendenti della Piacentini mentre si spostavano in auto o restavano nei loro alloggi. Per questo il sequestro non è stato difficile da mettere in atto. Infine, nulla prova che Vallisa sia stato sequestrato da malavitosi, mentre un testimone afferma che sarebbe stato un commando jihadista: chiedeva un riscatto per finanziare la guerriglia. Quindi la Piacentini è responsabili di quanto accaduto e deve risarcire il suo dipendente non solo per i danni biologici certificati dal consulente e la sofferenza patita ma deve dargli un posto da creditore privilegiato in quanto lavoratore subordinato che ha subito un infortunio sul lavoro del quale è responsabile il suo datore. Non cosi per il danno da incapacità di mantenere un lavoro successiva, che i giudici non ritengono provata. La somma che i giudici ritengono congrua è di 178mila euro.



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