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Modena Scarpa, Bertoni e gli altri Così i poeti “assetati d’aria” combattono l’isolamento

“Chiudersi in casa/come una parola/costretta a stare dentro la sua strofa/senza abbruttirsi”. Così scrive Tiziano Scarpa, uno degli autori di “Dal sottovuoto. Poesie assetate d’aria”, l’antologia che dà voce - in versi - all’isolamento e alla quarantena. Interrogandosi sul cambiamento totale delle abitudini quotidiane e sulle risorse di ognuno di noi. A curarla, per Samuele Editore, il poeta ferrarese Matteo Bianchi. Pubblichiamo il suo intervento.



Matteo Bianchi

La poesia si è dimostrata un antidoto contro il vuoto assurdo a cui siamo stati sottoposti durante la quarantena primaverile. Essendo assuefatti a una società che ha sostituito l’horror vacui materiale con quello mentale, con la produzione incessante di pensieri accessori, la serrata ci ha costretto per mesi nelle nostre case di fronte ai noi stessi. E la poesia, per quanto sia considerata un genere egoriferito, ha risposto a un’esigenza relazionale.

Non è da tralasciare la tendenza del poeta ad assorbire la realtà circostante, ma soprattutto a immedesimarsi nei panni altrui. Scrivendo del mondo intorno il poeta si riscopre e, viceversa, scrivendo per mezzo di traumi ed epifanie riscopre il mondo.

L’antologia Dal sottovuoto. Poesie assetate d’aria (Samuele) è nata da uno slancio mio e dell’editore Alessandro Canzian: sui profili social di svariati intellettuali traspariva la mancanza di incontrare gli altri da vicino, di potersi anche solo ascoltare seguendo a vicenda le movenze del viso. Ci mancava il contatto umano e, silenzio dopo silenzio, le parole rifiorivano per colmare la distanza tra schermo e schermo.

Questo è stato l’incipit condiviso con i quaranta autori coinvolti, alcuni dei quali hanno cominciato persino a dialogare in versi, come Alberto Bertoni e Giancarlo Pontiggia.

«Se penso al corpo dei poeti, dei narratori autentici, che per scrivere deve entrare nella vita, sentirla, captarne i sentori – precisa Guido Monti – ecco il loro corpo è stato ghermito e poi congelato nei suoi movimenti, da qualcosa di invisibile che è riuscito ad arrivare laddove neanche la guerra con i suoi orrori si era mai spinta poiché anche in essa il poeta riusciva a trovare la sua libertà, seppur ristretta, seppur rimpicciolita, tra le bombe, i rastrellamenti, per poter scrivere il suo verso. Ecco, la libertà seppur sgualcita che taluni grandi del Novecento e penso a Celan, Celine, Camus, Ungaretti si ritagliarono, servì loro per poter vivere e scrivere di quella tragedia facendone una rappresentazione totale».

È stata fondamentale la capacità della parola poetica di trasformare i singoli vissuti in quanto portatrice di metafore che moltiplicano la vista in visione, alla maniera di una raggio di luce che si rifrange attraverso un prisma, rivelando una varietà sbalorditiva di colori.

«Rendere strano e Spingere da parte: famiglia, cammino, poesia. Così, non appena scatta la prigionia provocata dal contagio, domenica 22 marzo 2020, di mattina abbastanza presto m’infilo a piedi in Corso Canalchiaro, una strada di Modena che deriva il suo nome da un canale un tempo limpido». Iniziava così la passeggiata straniante di Bertoni lungo le vie dell’infanzia, mescolandosi con la paura che il presente potesse franargli senza preavviso sotto i piedi, prigioniero di un tempo che non era più riscattabile, bensì spaventato e opprimente. La camminata del poeta modenese prosegue in “Dal Deserto Rosso”, il programma curato da Maria Borio su Rai Radio 3 che prende le mosse echeggiando sia la pellicola profetica di Antonioni sia una serie di testi dell’autrice stessa contenuti in Dal sottovuoto.

Per quanto l’impressionante prigionia volontaria ci abbia aiutato a rallentare, a riacquisire la concentrazione sui particolari quotidiani, è mancata d’un tratto la possibilità di passeggiare, di misurare lentamente il mondo con le nostre forze.

La cornice del volume è stata il crollo della cosiddetta normalità, ossia la straordinarietà della situazione attuale, della quale ancora non si riesce a scorgere la fine. —

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