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Modena, Ruggero Apparuti: il “maestro” che dà splendore ai libri antichi


MODENA. È un libro sul naturalismo del 1539 che Ruggero Apparuti si accinge a restaurare mentre entriamo nel sua bottega di via Saragozza 85. Necessario l’intervento su un libro le cui pagine, di circa cinque secoli fa, sono in un ottimo stato di conservazione.



Non presentano muffe, né gore di umidità. Ma la legatura coeva in pelle, realizzata allora da monaci, porta i danni del tempo e, forse, dell’incuria. Ruggero opera come un chirurgo, procedendo con canoni antichi alla ricostruzione della pelle, nelle parti mancanti.



Modena, Ruggero Apparuti: il "chirurgo" dei gioielli di carta
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E ci sono da rifare anche le “spille”, le parti di chiusura del volume che potrà, quindi, acquistare la sua originaria bellezza. Singolare è il prezioso lavoro di Ruggero che ha appreso il mestiere dal padre Gianfranco che ha iniziato l’attività nel 1968 con la sua Legatoria Antiquaria Apparuti, in centro storico, dopo essersi formato alla scuola di Adelmo Manicardi, un grande esperto in questo delicato settore al quale si era affidata la Biblioteca Estense per la cura dei codici miniati.



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«Mio figlio - dice Gianfranco - da ragazzino veniva qui a fare dei lavoretti.Crescendo, ha maturato esperienze sui differenti materiali. Contemporaneamente ha portato a termine gli studi. Nel 1994 ha cominciato a lavorare stabilmente».



Come figlio d’arte Ruggero, che dal 2000 è l’artefice assoluto nel laboratorio del palazzo che una volta ospitava un convento, ha la consapevolezza della fascinosa attività che svolge con acume e passione. Lo sanno bene in Italia, ma anche all’estero. E, forse, molto meno a Modena. Tanti bibliofili vengono in città per impreziosire con una nuova veste i loro volumi, custoditi talvolta come reliquie. Infatti si possono contare sulle dita di una mano, quelli che, in tutta Europa, si dedicano con professionalità a questo meticoloso lavoro.





Rischia l’estinzione questo esclusivo artigianato?



«Spero di no. Ma, di certo, manca la specializzazione, in quanto non ci sono più bravi maestri artigiani che possano spiegare l’utilizzo dei materiali. Nessuno fa questo lavoro, anche perché non si dispone più dei necessari e speciali strumenti di rilegatura di una volta. Inoltre il mestiere è difficile. L’ho appreso in più di 27 anni e mi capita ancora di avere a che fare con situazioni per le quali mi devo inventare qualcosa per poter agire con perizia su un determinato materiale e risolvere il problema».



Come si pone di fronte al libro da restaurare?



«Si tratta di libri molto rari e antichi, veri gioielli, per i quali occorre un’attenzione infinita, in quanto i clienti sono estremamente esigenti e competenti. Alcune commissioni arrivano anche dall’estero, dove c’è penuria di esperti. E in Italia siamo rimasti veramente in pochi a fare interventi di questa fattura».



Tra i clienti eccellenti?



«Nel 2002 i Savoia, dovendo regalare un importante libro del Seicento, riguardante il “Beato Amedeo IX di Savoia”, a Giovanni Paolo II, inviarono in dicembre un loro incaricato, per rilegare il libro. Il volume, con legatura “du Soleil”, in pelle di vitello anticata e decorazioni barocche, fu donato al Pontefice, l’antivigilia di Natale, dall’ex famiglia reale. Con orgoglio gestisco la manutenzione e il restauro dei volumi della Biblioteca di Francesco I d’Este, presso il Palazzo Ducale (Accademia Militare) di Modena. Al mio atelier ha fatto ricorso, negli anni, l’Istituto Giuridico dell’Università di Modena che dispone di migliaia di volumi, dal Quattrocento al Settecento”.



Quali le difficoltà?



«Ogni libro richiede una particolare lavorazione nel restauro, utilizzando pelli bovine, antiche e moderne, nonché pergamene. Al restauro di tesori del ‘500, ma anche del ‘400, si aggiungono le legature ex novo in pelle, dorate a mano con oro 24 carati, rispettando canoni e stili delle diverse epoche, dei vari luoghi. Si va dalla legatura a secco, monastica, priva d’oro, caratteristica del ‘400, a quella veneziana del ‘500, dalla legatura francese “Gralierii” (‘500) “alla Bozerian” (tra ‘700 e ‘800). E non mancano le contaminazioni di stili. Questo libro, ad esempio, dal titolo “Discorsi di nobiltà”, presenta una legatura fatta da Tommaso Maioli che, trasferitosi a Parigi nei primi anni del ‘600 (il suo nome venne francesizzato in Mahieu), diede un influsso veneto alla legatoria francese».



Come è possibile il miracolo di ridare vita ad una legatura (che comunemente chiamiamo copertina), capace di rispecchiare le caratteristiche di quella del passato?



«Disponiamo di tutti i ferri da incisione a fuoco: 2400 punzoni, ereditati da Manicardi, sono disposti in ordine in un apposito scaffale a parete. Si fa riscaldare il ferro. Ma se diventa troppo caldo, si rischia di bruciare il cuoio. Se non è abbastanza caldo, non incide con il necessario risalto la decorazione in oro sulla pelle. In tutti e due i casi bisogna ricominciare daccapo, in quanto il lavoro fatto è del tutto sprecato. La decorazione a secco richiede mano ferma e sicura, esperta e consapevole, nel dare la giusta pressione, per riprodurre con fedeltà e rigore i fregi del passato che si presentano in una vasta gamma di elementi figurativi. Infine il processo di antichizzazione, di cui non posso rivelare il segreto».



Tutto diventa, quindi, estremamente difficile?



«Basta utilizzare una colla, un colore sbagliato e tutto diventa inutile. Le nostre colle sono di sostanze naturali. Anche i colori nascono dalla fusione di pigmenti naturali. Devo confessare che nei primi anni di lavoro mi sono specializzato in legature ex novo. Vedendo poi le richieste e le condizioni precarie di vari libri e capendo l’importanza di mantenere la legatura originale, ho passato la maggior parte del mio tempo a specializzarmi nel restauro, pervenendo ad utilizzare tecniche da me inventate per la ricostruzione, la patinatura e tropicalizzazione (salvaguardia dall’usura del tempo) dell’opera, riprendendo stile, colore e doratura, già in essa presenti. L’operazione avviene attraverso il taglio di cartoni o legni da adattare, la pelle e la pergamena, colorazione con pennelli o tamponi, montaggio e doratura che nasce nel Rinascimento e si intensifica nel Seicento e Settecento. Il restauro, se fatto bene, valorizza l’oggetto e lo conserva, se fatto male lo distrugge».



La maggiore soddisfazione?



«È quella di riportare allo splendore remoto opere deteriorate. Negli ultimi 30 anni, quando c’è qualcosa di molto importante su cui intervenire, molti si rivolgono a mio laboratorio. Un conte romano ha portato qui a “curare” tutte le edizioni de “La Secchia rapita” del Tassoni, di cui è collezionista».



Ha partecipato a fiere del settore?



«Le fiere sono utili perché si può apprezzare in diretta la qualità del libro. In passato, vi ho partecipato. Il nostro sito internet è www.apparuti.it».



Qual è il suo sogno per dare continuità, in futuro, a questo sapiente lavoro?



«In verità, esistono delle scuole, ma non credo di questo tipo di restauro conservativo. È necessario salvaguardare i libri e sarebbe bene aprire una scuola, nata dal laboratorio. Si potrebbero formare tanti giovani. Le biblioteche italiane ne hanno bisogno per custodire il loro immenso patrimonio. Ma forse è solo un sogno. Spesso mancano le risorse finanziarie». —



Michele Fuoco