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Modena: «I figliastri erano ridotti a “Cenerentoli”». Revocata la donazione all’ex moglie ingrata


MODENA. LA SENTENZA. L’ingratitudine è un sentimento diffuso ma mutevole nel tempo; per questo è molto difficile da dimostrare nell’aula di un tribunale. Soprattutto se è il motivo che spinge un uomo a chiedere di annullare la donazione di metà della sua casa alla ex moglie. Ma il giudice del Tribunale civile di Modena non ha avuto dubbi di fronte al comportamento della ex moglie e di suo figlio, nato da un precedente matrimonio, nei confronti dei fratellastri. Una storia che pare uscita da un’antica fiaba di matrigne e fratellastri crudeli, al punto che il giudice stesso nella sentenza parla dei ragazzi figli del primo matrimonio dell’ex marito come di due “nuovi Cenerentoli”: il giovane istigato dalla madre, ancora minore, poco prima era stato condannato a quattro anni e mezzo di carcere per le violenze fatte patire ai due nuovi congiunti.



La vicenda. Nel 2010, durante la separazione dalla seconda moglie, un modenese che vive con i due figli minorenni e il figlio della coniuge, decide di donarle metà della sua casa.



INGRATITUDINE



L’atto viene sottoscritto dal notaio. Due anni dopo però avvia una causa civile per chiedere al tribunale di revocare questa donazione “per ingratitudine”. Ma l’ingratitudine, come ha ricorda la Cassazione, si può verificare dal comportamento esteriore di chi riceve un dono. L’ingrato deve mostrare disistima delle qualità morali e mancanza di rispetto della dignità di chi ha fatto il dono, contrastando il senso di riconoscenza. Se provata, l’ingratitudine è un buon motivo per annullare una donazione. E guardando come la ex moglie ha trattato i figli del marito, i giudici non hanno dubbi a ritenere che l’uomo abbia pienamente ragione.



Il giudice viene a sapere dalla recente sentenza d’appello per la separazione che, quando il padre era fuori casa i suoi figli (solo quelli acquisiti dalla moglie) «venivano schiavizzati dalla matrigna e dal figlio di lei».



SOTTOMISSIONE



Come scritto nella sentenza d’appello, i due fratelli minorenni erano costretti dalla matrigna sin dalle prime ore della mattina a compiere i lavori domestici, altrimenti erano minacce, umiliazioni e botte; e a “tenere ordine” ci pensavano lei e il figlio, esecutore della madre. E, «sotto l'incitamento materno», il fratellastro ha sparato più volte a uno dei due sottomessi con una pistola ad aria compressa. Insomma, una vita da incubo per i due ragazzi degenerata anche in rapporti sessuali imposti dal fratello acquisito. «Questa condotta di continue minacce, vessazioni, violenze ed abusi, orchestrata dalla moglie (col contributo fattivo del figlio) sui figli del marito, reiterata per anni, ha determinato nefasti effetti psicologici sui due figli del marito che, come emerso avanti al giudice penale minorile (che, con sentenza 15 luglio 2015, ha condannato l’altro ragazzo alla pena della reclusione di anni quattro e sei mesi), per anni sono stati in cura presso psicologi e psichiatri, a causa dei gravissimi traumi psicologici da essi patiti e subiti, fino a giungere al compimento di atti autolesivi ed al tentativo di atti autosoppressivi».



VESSAZIONI E ANGHERIE



Undici anni di abusi, scriveva la corte d’appello, che «li ha trasformati in novelli Cenerentoli» e che «hanno violato i più elementari doveri matrimoniali, di assistenza morale e di collaborazione nell’interesse della famiglia e dei figli».



«Per la ex moglie, i figli del marito erano, evidentemente, esseri inferiori, diversi, ed estranei rispetto al proprio e quindi si giustificava ogni tipologia di vessazione, insulto, minaccia, e punizione corporale che li poteva attingere, anche il più infimo, disgustoso ed innominabile. Ad essi non veniva dato l'amore che ogni madre dovrebbe dare al figlio, anche se non biologico, perché anzi ad essi non veniva risparmiata alcuna angheria, dato che in famiglia ricevevano solo odio, violenza e sopraffazione, psichica, fisica e sessuale», si legge nella sentenza. Un comportamento, scrive il giudice, «che configura assoluta mancanza di rispetto e di riconoscenza, di amore e gratitudine, da parte della donataria». Per questo la donazione è annullata e l’ex moglie viene condannata a restituire la quota della abitazione all’ex marito e a pagare 10mila euro di spese processuali. —