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Licenziato con false promesse «Non può essere risarcito»



Indurre un dipendente ad accettare il licenziamento facendogli credere che avrà dei benefici inesistenti non ha valore per la legge e quindi non può portare a nessun risarcimento. Il motivo è che il licenziamento è un atto unilaterale e un lavoratore può solo impugnarlo; non può invece lamentarsi di non averlo impugnato sostenendo che è un atto non valido e allo stesso tempo chiedere una tutela che si può ottenere solo se il licenziamento è legittimo. È questo il succo di una sentenza del Tribunale del Lavoro di Modena che ha respinto la richiesta di risarcimento da parte di un ex dipendente di una cooperativa di logistica e trasporti modenese. L’operaio - dipendente dal 2009 al 2013 - nel febbraio 2012 fu convocato a una riunione durante la quale il titolare della cooperativa spiegò il contenuto dell’accordo di licenziamento collettivo firmato con la Filt Cgil Emilia-Romagna. Preoccupato, gli venne personalmente assicurato che con il licenziamento sarebbe stato inserito nelle liste di mobilità e avrebbe goduto dell’indennità pari a 36 mensilità. Il lavoratore acconsentì a farsi licenziare senza opporsi ma non ottenne nulla di quanto garantito. Si sentì preso in giro: con malafede era stato favorire il suo licenziamento senza ulteriori strascichi. Era bastato fargli credere che avrebbe ottenuto benefici inesistenti. Per questo ha avviato una causa davanti al Giudice del Lavoro per chiedere un risarcimento di quasi 30mila euro.

Il giudice ha però ritenuto infondata la sua richiesta, respingendola. L’avvocato dell’ex operaio scriveva infatti: «È evidente il danno subito in conseguenza di questi comportamenti; il ricorrente si è visto privato del lavoro da una parte e dell’indennità di mobilità dall’altra. Né avrebbe potuto impugnare il licenziamento, posto che la comunicazione di diniego dell’indennità è pervenuta al lavoratore quando erano già decorsi i termini di legge». Insomma, la cooperativa avrebbe utilizzato un metodo fraudolento per chiudere in fretta la questione licenziamenti. Ma la malafede, spiega il giudice, per legge è “irrilevante”. Perché, spiega il giudice, «il licenziamento non ha bisogno di accettazione. Sulla scorta di tale considerazione, qualsiasi falsa prospettazione che lo avrebbe indotto ad accettare il licenziamento è quindi priva di rilievo giuridico e non espone la società ad alcuna responsabilità risarcitoria». Il dipendente, spiega il giudice, poteva reagire impugnando il licenziamento puntando al ripristino del rapporto di lavoro o a un’indennità. In realtà, si è precluso ogni possibilità per le false prospettazioni del datore di lavoro. Questo ha portato a una situazione contraddittoria: «Il ricorrente non può al contempo dolersi della mancata impugnazione del licenziamento per accertarne l’invalidità e invocare una tutela che presuppone proprio la legittimità dell’atto espulsivo». Per questo il giudice non può accettare la richiesta di risarcimento. —