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La storia/Lo scrittore Danilo Bertani si racconta: «Vivevo da analfabeta A 54 anni mi trasformai»


Danilo Bertani, 76 anni, modenese, ha appena pubblicato un libro sulla storia di Modena in base a documenti trovati all’Archivio di Stato. È l’opera di un pensionato che ha cambiato la sua vita a mezz’età quando ha iniziato a studiare con uno spirito diverso.



MODENA Danilo Bertani ci riceve nel cortile della sua casa vicino a viale Gramsci. Il garage e la cantina sono pieni di sue opere, dipinti e pannelli esplicativi su fiumi e percorsi naturalistici e c’è anche un archivio di fotocopie dei documenti che è andato a scovare all’Archivio di Stato.



Ma non è un topo di biblioteca, Danilo, anzi. Anche se oggi è in pensione, è rimasto un uomo grande e forzuto che ha lavorato di braccia tutta la vita in mezzo a gente umile e poco istruita come era lui. Quando ha capito che si perdeva tanto della vita, ha deciso che era arrivata l’occasione di un grande cambiamento e, folgorato sulla strada per Barbiana dagli scritti di don Milani, è rinato diventando un uomo curioso che considera l’istruzione un fattore centrale nella vita di un uomo.



Da semianalfabeta è diventato uno scrittore. I suoi libri sono semplici ma hanno argomenti solidi e si rivolgono al pubblico modenese come a una vera comunità. Lo incontriamo proprio in occasione dell’uscita della “Storia segreta di Modena Capitale” (Edizioni Artestampa, Modena 2021). Alla radice della sua storia di riscatto, c’è un trauma infantile legato alla scuola. Non lo ha affrontato per anni e oggi, con grande consapevolezza, lo ha superato trasformando la sua vita.



MODENA DANILO BERTANI LA STORIA SEGRETA DI MODENA CAPITALE



Bertani, nel suo libro appena pubblicato “La storia segreta di Modena Capitale”, basandosi sui documenti che ha trovato, lei scrive di aver risolto la discussione popolare che si faceva persino nelle vecchie osterie modenesi sulle scuole gratuite al tempo del duca e scrive, documenti alla mano, che in effetti quelle scuole elementari erano pubbliche e non si pagava per studiare. 





«Gli Estensi, nipoti di Maria Teresa d’Austria, aveva creato una scuola di base pubblica e gratuita. Questo è certo e ho trovato dei documenti. Una scuola “di lettere, scrivere e far di conto”, intendiamoci. E restò gratuita anche con Napoleone. Dopo l’annessione allo Stato sabaudo la scuola non c’era più perché i sabaudi non l’avevano. Venne istituita in seguito ma da lì sono nate tante storture. Come dice Don Milani in “Lettera a una professoressa”: “La vostra scuola è fatta male. E’ nata nel 1859. Il re chiamò un conte e gli fece scrivere la legge sulla pubblica istruzione. Quella legge imposta con le armi in tutta Italia è ancora l’ossatura della vostra scuola”».



Lei stesso da ragazzo con la scuola ha vissuto un’esperienza traumatica che ha raccontato in un suo precedente libro.



«Sono di Modena e da bambino vivevo in Rua Muro, ma venivo spesso qui alla Sacca perché mio padre sotto il cavalcavia della ferrovia aveva una baracchina di legno, un vecchio tram dismesso, dove friggeva il gnocco per gli operai della Rizzi e delle Corni. Qui sorgeva il primo vero villaggio industriale in città, attorno al vecchio porto del canale Attiraglio. I primi quarant’anni della mia vita li ho passati lavorando in possesso della licenza elementare dopo essere stato bocciato in terza. C’erano già regole che vietavano di lavorare prima dei 14 anni e io invece fin da bambino lavoravo. Dopo la scuola, ho fatto mille lavori saltuari: ero barista in stazione a 14 anni, consegnavo fiori, facevo tortellini, vendevo caramelle nei cinema, ho fatto l’operaio in officina alla Bompani. Ho anche fatto il cameriere stagionale a Riccione a 14 anni, mentre mio padre faceva il cuoco. Tutto quel che capitava e intanto trascorrevo la vita nei fiumi, la mia passione».



MODENA DANILO BERTANI LA STORIA SEGRETA DI MODENA CAPITALE




Fino a quando è andato avanti così?



«Sempre. Ho aperto una ditta di facchinaggio. Poi per anni, come piccolo imprenditore, ho gestito il trasporto medicinali per le farmacie. Fino a 54 anni. Dopo un momento molto difficile della mia vita, nel 1995 ho deciso di prendere in mano la situazione: non riuscivo a leggere e scrivere come dovevo. Sentivo che era arrivato il momento di cambiare. Mi sono iscritto al Corso serale delle 150 ore per adulti e sono tornato in classe, alle “Pasquale Paoli” in viale Reiter. Dopo quarant’anni di lavoro avevo bisogno di usare la testa e meno le braccia. Mi prendo la mia colpa: avevo sempre avuto poca voglia di andare a scuola».



E cosa è successo quando si è trovato di nuovo seduto al banco dopo tanto tempo?



«A 54 anni, sapendo che sarei andato in pensione qualche anno dopo, alla Cfp ho letto un depliant sulla scuola per adulti. Mi ha incuriosito e mi sono iscritto. Al corso mi sono trovato a lezione con gente di una certa età, anche se ero decisamente il più vecchio. Loro avevano la necessità di avere la licenza di terza media per poter lavorare. Perché in Italia è andata così: prima a scuola non insegnavano quasi niente ai ragazzi, poi regalavano il diploma di terza media. Ma i diplomati erano ignoranti come prima. Era un sistema che serviva non per formare le persone, ma solo per farle lavorare. Ho preso anche io quel diploma ma ero insoddisfatto. Quel giorno ho scoperto dentro di me che non ero davvero andato a scuola per imparare. Perciò mi sono iscritto alle superiori. Ho frequentato il Barozzi. Ero sempre più vecchio degli altri. Prima non avrei mai studiato il “dare e avere” o la matematica ma ora mi impegnavo. E ho trovato ottimi insegnanti che sono miei amici. Diciamo che mi hanno sopportato. Mi promuovevano non per meriti ma perché ero anziano (ride)».



MODENA DANILO BERTANI LA STORIA SEGRETA DI MODENA CAPITALE




Era la mascotte della classe.



«Ah, ma dopo è venuta anche gente più vecchia di me. Ma quelli venivano per passare il tempo. Poi lì ho portato anche i ragazzi del Ceis. Ma prima del Barozzi era già cambiato tutto per me. È stato quando alle 150 Ore mi diedero da leggere un brando di don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”. Scrisse quelle due lettere per i giudici e i cappellani militari».



Cosa la colpiva di quel testo? La brutale verità esposta?



«No, la semplicità con la quale era scritto e la semplicità con la quale lo leggevo. Il contenuto è venuto dopo: ho dovuto leggerlo molte volte e meditarlo. Prendiamo la “Lettera a una professoressa”, ad esempio: ancora oggi il significato profondo non è stato ancora ben digerito nelle scuole. Il mio ultimo libro contiene la prefazione di Agostino Burberi, presidente della Fondazione Don Milani, uno dei ragazzi che scrisse quella lettera famosa. Anche se non ero uno di loro, oggi mi sento molto legato alla comunità di Barbiana. Con loro ho costruito i Sentieri della Costituzione e della Resistenza. Sono orgoglioso di essere socio del Gruppo di Calenzano».



Cosa l’ha spinta ad avvicinarsi al mondo di Don Milani? Tanti lo citano, ma pochi lo approfondiscono così tanto come lei da farne un modello di vita.



«La sua figura. Un uomo semplice, anche se di famiglia ricca, che rinuncia a tutto, viene esiliato e che nella chiesa in un suo podere comincia a leggere il messale. Mi colpì sentirgli dire che noi che lavoriamo leggiamo poco e non sappiamo più nulla dei Vangeli quando avevano fatto parte della cultura della gente per duemila anni. Parlava dei princìpi abbandonati».



La curiosità ha fatto il resto?



«Nel mio caso c’era qualcosa di più. Nelle “Esperienze pastorali” parla di Mauro, un ragazzo di 17 anni che faceva i turni di notte a Prato a fare la maglia. Io a 14 anni ogni tre giorni facevo una notte in piedi al buffet della stazione di Modena. Don Milani parlava di me. Diceva che le leggi stabilivano che fino a 18 anni non si poteva lavorare di notte e allora mi sono chiesto: possibile che la polizia e i carabinieri che erano sempre lì non si sono mai accorti che ero un ragazzino che si addormentava sullo scatolone del caffè? E che non ero il solo, visto che tutti i miei amici a 14 anni lavoravano in nero, mentre io almeno ero in regola? Ecco perché devo tutto, per la scrittura e la cultura, a Don Milani».



Quando è andato a Barbiana per la prima volta?



«Nel 2000. Prima sono andato a Calenzano e ho tentato di arrivare a Barbiana con un camper ma la strada sterrata di montagna non me l’ha permesso. Sono tornato e ci sono arrivato. Oggi sono anche nella Fondazione. Ogni anno ci torno. Ma non solo il solo. Il suo insegnamento ha cambiato tante persone. A Modena abbiamo fondato un Gruppo Don Milani».



In questi venticinque anni lei ha continuato ad approfondire la lettura di quei testi che hanno fatto tanto discutere. Ma qual’è stato per lei il senso profondo dell’insegnamento di Don Milani?



«Pensare di scavalcare un concetto di vita che per me è durato mezzo secolo. Passare dalla lettura dei titoli del giornali sportivi e poco più a letture più profonde e impegnative. Partire sempre dai suoi insegnamenti: riflettere, scrivere, superare le paure. Per cinquant’anni sono stato un cittadino muto. Di fronte a un laureato mi sentivo inadeguato e parlavo il meno possibile. Dopo ho studiato l’italiano, ho scritto, memorizzato. Ho anche superato la paura di parlare in pubblico iscrivendomi a un corso di teatro dove mi hanno fatto recitare nell’Ulisse di Joyce”. (Ride) Prima stavo zitto, oggi dico quello che penso e lo faccio in modo compiuto. Cerco di partecipare alla vita della parrocchia, di viale Gramsci e della mia comunità. Don Milani mi ha insegnato come fare».



È stata una strada verso una completezza personale.



«Certo, oggi lavoro con la parrocchia, sono in Circoscrizione, partecipo a molte associazioni. Cerco di far conoscere i nostri fiumi, i pesci e ciò che ci vive e i fiumi sono la cosa che più ho amato nella mia vita: ci sono cresciuto dentro. Voglio approfondire la storia della mia città e farla conoscere: è importante conoscerla e sapere da dove si viene. Prima tutte queste cose non le potevo fare. Penso a quelli che hanno studiato poco come me. Non sanno che perdono molto della vita».



E perché secondo lei questo non avviene a scuola?



«Purtroppo la nostra scuola, per dirla tutta, così come è fatta e per i suoi programmi aiuta poco lo studente, specialmente a capire la storia della sua città. Purtroppo nelle scuole gli studenti non fanno spesso neanche in tempo a conoscere gli insegnanti. Cambiano troppo in fretta. C’è chi viene dal Sud, chiede il trasferimento verso casa e se ne va, al suo posto mettono un supplente, poi arriva un altro insegnante e così via. Se torniamo alle scuole estensi, basta guardare i mestieri dei genitori degli alunni. Li cito nel libro: c’era di tutto. Francesco IV ha poi diviso le scuole, è vero, ma coi Savoia la scuola pubblica non c’era più. È stata fatta dopo con criteri sbagliati».



Secondo lei cosa fa di un corso scolastico un pezzo di carta?



«La politica. La scuola così com’è non insegna niente allo studente. Uno va avanti perché ha bisogno del diploma per lavorare e ha la famiglia da mantenere. Si può capire da Don Milani. Si cita sempre e solo la sua frase: “La scuola dell’obbligo non può bocciare”. Isolando questa frase e facendola diventare uno slogan, hanno promosso tutti lasciandoli nell’ignoranza. Ma Don Milani ha scritto subito dopo che alle superiori ognuno è fatto uguale e si fa in modo che chi esce sia sicuro e ben preparato. Tutto questo già mezzo secolo fa annunciava dove saremmo arrivati. A questa società. Alla solitudine degli anziani, alle badanti. Se non si aiutano i giovani arriveranno al punto in cui noi siamo oggi».



Lei ha vissuto abbastanza per dire cosa è successo.



«Ci sono stati troppi cambiamenti e troppo veloci, spostamenti di popolazioni, incomprensioni e tensioni, come qui in viale Gramsci: prima tra modenesi, poi coi meridionali e adesso con gli immigrati stranieri. Non so dire da dove arriva l’ignoranza di massa di oggi. Non leggo i social. Come non mi ero accorto del ‘68 e delle discussioni dei figli di papà: io facevo le notti e avevo due figli».



Qual’è stato il suo problema con la scuola quando era bambino?



«La scuola mi intimoriva e quando invece avevo bisogno di essere aiutato. Dopo tre mesi a casa con la scarlattina, le suore mi hanno rimandato e a settembre l’esame l’ho fatto davanti a maestri sconosciuti. Non ho aperto bocca e mi hanno bocciato. E questo mi è rimasto qua. Gli amici intanto sono andati avanti, io no, e col tempo mi hanno tolto l’amicizia. Ma poi ho capito». —



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