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La banda si spacca. Scatta la caccia ai complici


La banda si spacca. A poche ore dagli interrogatori di garanzia per la convalida o meno degli arresti (il primo ad essere ascoltato sarà oggi Andrea Cavallari, nel carcere di Genova dove è stato trasferito dopo l’arresto a Sestri Levante, mentre tutti gli altri saranno ascoltati domani) almeno quattro dei sei ragazzi modenesi si dissociano dai fatti di Corinaldo. O meglio, dicono di essere stati presenti nella discoteca Lanterna Azzurra, ma negano il coinvolgimento nell’utilizzo dello spray al peperoncino e una responsabilità nella strage.



LA BANDA SCRICCHIOLA



«Noi eravamo lì, ma non abbiamo spruzzato, non abbiamo causato noi quell’inferno» è in sostanza il loro ritornello. Un inferno a tutti gli effetti: quella notte tra il 7 e l’8 dicembre morirono cinque giovani e una madre di 39 anni. All’interno del locale c’era una folla ben superiore alla capienza consentita, venuta per assistere all’esibizione del rapper Sfera Ebbasta, una marea umana che dopo la nube urticante nel locale si è riversata impazzita verso l’esterno. Le vittime sono decedute per schiacciamento.



IN CARCERE



Per questo motivo, dopo aver effettuato intercettazioni, verificato spostamenti, collegato i tanti colpi effettuati in giro per l’Italia, gli inquirenti hanno arrestato i sei ragazzi tra i 19 e i 22 anni: tutti accusati di omicidio preterintenzionale e lesioni, tutti ritenuti responsabili di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di furti con strappo e rapine. A far parte della banda anche un settimo ragazzo modenese poi deceduto in un incidente stradale. In arresto - con l’accusa di associazione a delinquere, e non di omicidio preterintenzionale - anche il 65ennne Andrea Balugani: è ritenuto il ricettatore della banda perché quasi tutto l’oro rubato finiva nel suo Compro oro di Castelfranco. Le accuse, raccolte nelle indagini dei carabinieri di Ancona coordinati dalla Procura locale, sono contenute in un’ordinanza di 170 pagine.



«IO ERO ALL’ESTERNO»



Ora, in carcere, la banda scricchiola. A chiamarsi fuori, come spiegano i loro avvocati difensori Gianluca Scalera e Pietro Chianese, sono il ventenne Andrea Cavallari, residente a Bomporto; Moez Akari, 22 anni, nato a Tunisi e abitante a Castelnuovo, Souhaib Haddada che vive a Bomporto e Badr Amouiyah, 19 anni, nato a Modena e residente a San Prospero. Quest’ultimo, a suo dire, non sarebbe nemmeno stato all’interno della discoteca quando si è sparsa la nube di spray. «Ho potuto parlare brevemente con il mio assistito Badr Amouiyah - spiega l’avvocato Chianese - e mi ha spiegato che quella sera lui era a Corinaldo assieme agli altri ma non era presente quando c’è stato il fattaccio. Mi ha riferito che si era allontanato dal gruppo perché aveva avuto dei problemi con i documenti e che quindi era uscito dal locale. Si era diretto alla macchina proprio per prendere dei documenti ma mi ha detto che dopo non è più entrato. Perché, dentro al locale, c’era stato l’utilizzo dello spray urticante e il relativo fuggi fuggi delle persone terrorizzate che si sono accalcate. Pertanto il mio assistito mi ha spiegato che lui era estraneo alla vicenda». Il legale del diciannovenne aggiunge: «Per quel poco che ho potuto parlarci mi ha fatto capire di essere distrutto, di sentire ovviamente il peso delle accuse, dei reati che gli hanno contestato, ma nega di essere coinvolto in qualche modo con quelle morti».



«E IO NON HO SPRUZZATO»



Sulla falsariga delle dichiarazioni di Badr, quelle di Moez Akari, raccolte in un breve incontro in carcere dall’avvocato Scalera: «Mi ha subito detto che lui con lo spray non c’entra. Non è stata una sua decisione, non ha preso materialmente parte nella creazione della nube, non è stato lui a spruzzare. Mi ha detto che sono stati altri della banda e che lui non era d’accordo. E mi ha riferito che gli altri due suoi amici, Haddada e Cavallari che io difendo, la pensano come lui. Chiaro, c’è il concorso in questa vicenda, ci sono i furti delle catenine, ma i tre dichiarano di non essere coinvolti nell’utilizzo dello spray». Fu proprio una traccia biologica lasciata su una bomboletta spray a dare il via all’indagine che ha portato alla banda modenese: era una traccia di sudore, e il dna era quello di Ugo Di Puorto.



I DUE CUGINI “ISOLATI”



Alla luce di ciò rimarrebbero “isolati” Ugo Di Puorto, il ventenne che abita a San Prospero ed è figlio di Sigismondo, detto Sergio, arrestato nove anni fa per i suoi legami con i Casalesi ed attualmente ancora in carcere, e Raffaele Mormone, 19 anni, cugino di Ugo Di Puorto, abitante a Sant’Anna di San Cesario. Entrambi sono assistiti dall’avvocato Pier Francesco Rossi, che non ha rilasciato dichiarazioni in merito.



LE ALTRE FIGURE



L’indagine non è finita qui. Come hanno sin da subito riferito i carabinieri, sono tuttora in corso accertamenti su altri giovani, altre figure che hanno affiancato la banda nelle loro gesta che comprendono undici colpi accertati e almeno un centinaio attribuibili, su cui sono in corso indagini. Una figura ricorrente è quella di un giovane chiamato solo con un soprannome, che potrebbe aver portato in auto Haddada, Cavallari e Badr a Corinaldo. Con la banda in auto in più di una circostanza c’è una giovane, fidanzata di uno dei ragazzi. Poi c’è un maghrebino, coinvolto e parte attiva, come si evince dalle intercettazioni, in alcuni colpi. La banda quindi potrebbe allargarsi e presto. —



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