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Bastiglia. Bancarotta “Impiantistica”, buco da 20 milioni


BASTIGLIA. Due milioni e mezzo di euro finiti sotto la lente d’ingrandimento della Procura che indaga per bancarotta distrattiva: per comprendere, quindi, dove siano finiti questi fondi alla luce del fatto che una buona fetta di prelievi è riferita al pagamento di fornitori che, alla data della movimentazione, erano o estinti o falliti. Ma è solo una fetta dell’elevata somma che ruota intorno al fallimento di “Impiantistica modenese srl”, di cui era socia Monica Alberti, conosciutissima in ambito nazionale perché madre delle gemelle Silvia e Giulia Provvedi, in arte “Donatella”.







Man mano che il procedimento per bancarotta entra nel vivo si allarga lo scenario che parla di un’esposizione economica della società molto vasta. Oltre ai 2,5 milioni di cui si vuole ricostruire la tracciabilità, appaiono anche, circa 8 milioni di sanzioni tributarie calcolate proprio sulla somma della bancarotta. Si tratta del debito fiscale prodotto da questi fondi e che ora è in capo al fallimento. In più, lo stato passivo, ossia il “buco”, provocato in ambito societario si aggira sui 20 milioni. Una somma esorbitante, che non si sa se sarà possibile riassorbire.



Ieri si è svolta l’udienza preliminare a carico di Monica Alberti. Il curatore fallimentare, al quale fanno riferimento i creditori, è rappresentato dall’avvocato Andrea Stefani, costituito parte civile oltre che per le somme connesse all’accusa di bancarotta anche per i reati tributari. L’intenzione è quella di chiedere un risarcimento del danno che non potrà essere inferiore almeno alla cifra della bancarotta.



La difesa, da parte sua, ha richiesto un rinvio per formulare la richiesta di rito alternativo. In primis, si potrebbe optare per un patteggiamento, ma se questa ipotesi non andrà in porto si sta valutando l’ipotesi di giudizio abbreviato.



Tra le accuse in capo ad Alberti nell’ambito della gestione di “Impiantistica modenese srl” c’è anche quella di aver distrutto libri e scritture contabili per evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto. In particolare, tra le accuse formulate dal pubblico ministero c’è anche quella di aver eliminato i documenti necessari alla ricostruzione delle movimentazioni tra il periodo compreso tra il 2015 e il 2018. Tra le voci più corpose per cui l’imprenditrice è chiamata a rispondere c’è quella che supera il milione e 350mila euro in prelievi bancari su conti correnti societari giustificati come anticipi o restituzione ai soci, ma di cui non esistono le schede contabili relative.



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