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2 agosto, gli interventi del sindaco di Bologna, Lepore e del presidente dell’Associazione famigliari vittime, Bolognesi

Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore e il presidente Paolo Bolognesi, a nome dell’Associazione tra i famigliari delle vittime sono intervenuti questa mattina in Piazza Medaglie d’Oro dopo il minuto di silenzio in memoria delle vittime della strage alla stazione del 2 agosto 1980.


Il discorso pronunciato dal Sindaco


“Caro Paolo, cari familiari delle vittime.


Come Sindaco di Bologna intendo qui oggi esprimervi la grande vicinanza e la gratitudine della nostra città.


Hai detto bene Paolo: “se c’è una lezione che abbiamo imparato in questi 42 anni, è che ogni grande cambiamento inizia con una semplice azione e con la scelta di fare la propria parte”.


“Perché è sempre il momento giusto, per fare qualcosa di giusto”.


Saluto le autorità civili e militari presenti, i tanti sindaci e amministratori venuti da ogni parte d’Italia con i loro gonfaloni e le fasce tricolore.


Saluto in particolare i più giovani, voi che non eravate ancora nati quel giorno.


Soprattutto saluto voi, cittadini bolognesi, anche quest’anno così presenti e numerosi.


Insieme all’Associazione dei familiari delle vittime alcuni giorni fa abbiamo dato un annuncio.

La notizia cioè che la sede dell’associazione, il suo prezioso archivio con le carte e la documentazione raccolta negli anni, così come le attività didattiche così preziose per tutti noi, da settembre prossimo, saranno ospitate a Palazzo d’Accursio nella sede del nostro Municipio.

Nella casa di tutti i bolognesi, laddove vogliamo custodire e proteggere le cose più care, tenendole vicine al cuore.


Questa scelta farà parte di un progetto più ampio sulla Memoria del quale parlerò, ma è allo stesso tempo una scelta politica, una scelta di campo.


Continueremo a batterci, infatti, per proteggere chi in questi 42 anni si è speso senza sosta per la verità e la giustizia.

È nostra intenzione proteggere chi in questi 42 anni non ha mai smesso di chiedere fosse fatta luce su una strage terribile, che oggi grazie, a una sentenza di un Tribunale della Repubblica, sappiamo essere stata progettata e finanziata dai vertici della loggia massonica P2, coperta consapevolmente dai vertici dei servizi segreti italiani, eseguita da terroristi fascisti.


Anche così continueremo a batterci per proteggere ciò che una parte marcia e corrotta dello Stato Italiano, per 42 lunghi anni ha calunniato e offeso.


Tutte le sigle dell’estremismo neofascista erano presenti quel giorno a Bologna.


Quelle sigle, quelle sigle, che purtroppo ritroviamo seguendo un filo nero, il filo che ha accompagnato la lunga e complessa vicenda democratica del nostro paese, sono presenti ancora ai giorni nostri.


I reati di depistaggio più recenti risalgono al 2019.

Poco prima che il paese venisse chiuso per pandemia, ancora una volta alcuni servitori infedeli dello Stato ci pugnalavano alle spalle.


Bologna è stata ferita a morte.


Bologna è stata colpita più volte.


Qualcuno mi ha detto “non dobbiamo spaventare le persone, non dobbiamo più parlare di questi argomenti non interessano più”.


Ma io qui vi dico, No!

Come Sindaco della città medaglia d’oro della Resistenza e medaglia d’oro al valor civile non posso e non voglio girarmi dall’altra parte ogni qual volta il fascismo si ripresenta nelle sue nuove e perverse forme.

Siano esse terrorismo.

Razzismo e omofobia.

Odio e intolleranza.

Non voglio e non posso.


Il medico che arrivò con la prima ambulanza alla stazione distrutta 10 minuti dopo lo scoppio, così racconta:


“Una polvere grigia sembrava ricoprire anche il cielo, un odore acre, ricordo indelebile delle bombe e tanto sangue scuro e pezzi di corpi a terra. Si sentivano lamenti sordi e richieste di aiuto e subito dopo urla, bestemmie e imprecazioni di vivi sgomenti, insanguinati, che si aggiravano intorno, tra i tanti a terra, bisognava distinguere i vivi dai morti.

Era difficile separare i vivi dai morti, che spesso avevano intorno i loro congiunti. Una strage è così.”


Il 2 agosto 1980, un micidiale ordigno posto nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna costò la vita a 85 persone e ne ferì 200.


Voglio citare qui le parole che voluto leggere, chiamato a testimoniare da Sindaco nel processo ai mandati, dove il Comune di Bologna era parte civile.


Sono le parole che il sindaco Renato Zangheri il 9 agosto 1974 in Piazza Maggiore pronunciò dopo la strage dell’Italicus, che causò 12 morti e 48 feriti, vittime che ricorderemo a San Benedetto Val di Sambro:


“Il fascismo è il cieco odio per la libertà delle persone, per la libera competizione delle idee, per l’avanzamento dei lavoratori, che costituisce l’essenza del fascismo e che si manifesta in questo momento nelle forme più atroci del terrorismo.

Ma un cordone ombelicale lega i terroristi ai lividi ideologhi neonazisti, agli esponenti del regime, impuniti e ricomparsi sulla scena politica.

Comune è il loro obiettivo di screditare la democrazia e ferirla a morte, comune il loro disprezzo per la vita e la dignità dell’uomo.

A pochi chilometri da San Benedetto Val di Sambro c’è un paese i cui abitanti furono sterminati col ferro e col fuoco dalle belve naziste. Loro alleati e complici erano i fantocci fascisti.

Le odierne alleanze e complicità non possono più a lungo restare nascoste.

I figli dei carnefici di Marzabotto sono tornati a colpire con la stessa disumana ferocia”.


Cari bolognesi, noi abbiamo le nostre cicatrici. Abbiamo i nostri morti.


Ce lo ricorda questo orologio fermo alle 10.25.


Ce lo ricorda il relitto del Dc9 di Ustica, custodito nel Museo della Memoria a pochi passi da qui.

81 morti.


Ce lo ricordano i cippi delle vittime innocenti per mano della banda della Uno Bianca.

24 morti e più di 100 feriti.


Ce lo ricordano, il museo memoriale spontaneo che gli operai delle Officine Grandi Riparazioni hanno organizzato per i loro quasi 400 colleghi uccisi dall’amianto, per anni tenuti nel silenzio.


Cari bolognesi, noi abbiamo i nostri morti, ce li ricorda un sacrario in Piazza del Nettuno creato dalla partecipazione popolare, dai sentimenti di donne e uomini che affissero autonomamente le foto dei propri cari.

Sono loro, anche loro, quei partigiani e quelle partigiane le colonne portanti della nostra democrazia.

E accanto a loro, ci sono i morti della stazione.


A due di loro in particolare, il 23 ottobre scorso è stata intitolata la scuola primaria dell’Istituto Comprensivo 4 nel Quartiere Navile.

Sono Kai ed Eckhart, che a 8 e 14 anni hanno perso la vita assieme alla loro madre nella strage alla Stazione.

Il 2 agosto 1980 la famiglia Mader era lì, perché aveva scelto di passare le vacanze estive, era la prima volta che i due ragazzi provenienti dalla Germania, vedevano il mare.


Li abbiamo ricordati ieri a Corticella, a due passi da Villa Torchi dove su una lapide sono scritti i loro nomi e quelli di altri 5 bambini rimasti vittime della bomba.


Ero sindaco da pochi giorni, quando ho abbracciato il padre di Kai e di Eckhart, il signor Horst. Con me centinaia di cittadini e le insegnanti della scuola.


Le voglio ringraziare qui da questo palco quelle insegnanti. Sono sicuro siano tra voi in questa piazza.


Pochi minuti dopo quella terribile esplosione, Bologna ha risposto come è abituata a fare.

Una risposta di donne e di uomini, cittadini, personale sanitario, vigili del fuoco, militari e forze dell’ordine, dipendenti del Comune, ferrovieri, tutti accorsi in questa stessa piazza, per fare la propria parte, aiutare chi era sotto le macerie, mettere in salvo vite umane.


Una risposta che è valsa a questa nostra comunità una medaglia d’Oro al Valor Civile.

Una medaglia che ogni giorno, ogni giorno, di generazione in generazione, dobbiamo essere capaci di tramandare.


Ecco perché ogni anno facciamo di questo dolore un momento di raccoglimento e di militanza.


Ecco perché scendiamo piazza ancora dopo 42 anni e ancora continueremo a venire fino a quando la Repubblica Italiana non avrà riconosciuto nei Tribunali i nomi di tutti i responsabili, tutti i mandanti, tutti i fiancheggiatori della strage.

Fino a quando la Storia del nostro Paese così tradito e vilipeso non sarà riscattata.


Bologna città colpita a morte, proprio qui tra pochi mesi aprirà un cantiere, un nuovo cantiere dedicato al Polo della Memoria.

Grazie ai fondi del PNRR e a un accordo con Ferrovie, il Comune di Bologna avrà in dotazione 8 mila mq della Stazione 2 Agosto.

Ne faremo un centro culturale tra i più importanti del paese. Riuniremo archivi e istituti di cultura.

Dalla memoria lavoreremo per raccontare cosa è stata Bologna per l’Italia nel ‘900 e cosa può essere l’Italia di domani. Perché non c’è futuro senza memoria.


Una città che ha lottato per la Democrazia e la Costituzione.


Una città ferita più volte e che più volte si è rialzata.


La città culla dei diritti e del lavoro, la città dell’emancipazione e del progresso.


La città che si batte ogni giorno, affinché nel nostro paese verità e giustizia ritornino.


Cari cittadine e care cittadine di questa straordinaria città, mi rivolgo a voi.


Chi vi parla è il primo Sindaco di Bologna nato dopo lo scoppio della bomba alla stazione, il 10 ottobre 1980.


Nonostante questo, dentro di me riecheggiano il rumore e la polvere di quella giornata.


E per questo voglio ringraziare l’associazione dei familiari delle vittime, a nome della mia generazione e delle generazioni a seguire.


Senza di loro, senza le marce con i fiori bianchi indossati dai familiari da Piazza Maggiore a Piazza Medaglie d’oro, senza le staffette podistiche, i progetti della memoria nelle scuole, senza le battaglie condotte in solitudine, senza la proposta di legge per il reato di depistaggio che Paolo Bolognesi ha ottenuto in Parlamento, senza i magistrati coraggiosi della Procura Generale e gli avvocati di parte civile, senza la Regione Emilia Romagna che ha deciso di digitalizzare gli atti, senza i componenti delle forze dell’ordine che hanno fatto il loro dovere, ma soprattutto senza l’amore dell’associazione per i propri cari e per Bologna, io, noi, non saremmo qui.


Cari cittadine e care cittadine, mi rivolgo in particolare ai più giovani, senza di loro senza i familiari, Noi non saremmo quello che siamo.


Disse il sindaco Zangheri di fronte al Presidente della Repubblica Pertini – “Sulla linea che divide la democrazia dall’eversione non arretreremo, al contrario combatteremo con maggior vigore e coscienza più chiara della posta in gioco. È una posta altissima.

Sono attaccate le conquiste costituzionali, il diritto dei lavoratori a costruire una società più giusta, le attese delle giovani generazioni, l’esigenza umana e politica del cambiamento.

Ci batteremo duramente perché questa prospettiva non sia negata.

Abbiamo forze e convinzioni che non si esauriscono nel giro dei giorni e degli anni”.


Sono passati 42 anni, un tempo infinito per chiedere giustizia. Ma non è ancora finita.

E Noi non ci fermeremo.


Grazie a tutte e tutti voi per essere venuti”.


 


La comunicazione letta dal presidente Paolo Bolognesi


“’Lo stragismo è logica bellica al servizio di finalità politiche per nulla oscure: il condizionamento della vita democratica di una nazione, il mantenimento del potere nelle mani degli apparati più reazionari, la lotta politica concepita come scontro senza quartiere e improntata al ricatto del terrore’. In questo modo Pier Paolo Pasolini, nel 1975, definiva lo stragismo.

Una strage è un atto di guerra rivolto contro i propri cittadini.

E in guerra – come ci ricordano le terribili immagini provenienti oggi dall’Ucraina – si usano le persone come carne da macello.

85 morti e 200 feriti. Un’ ecatombe.

Quella del 2 agosto 1980 è stata la più efferata strage in tempo di pace dell’Italia repubblicana.

Secondo i piani di chi volle quel massacro di innocenti, su questo selciato avrebbero dovuto giacere per sempre non solo i corpi dei nostri cari, ma anche e soprattutto la consapevolezza democratica, la giustizia e la verità.

Così non è stato.


Nel nostro manifesto quest’anno abbiamo scritto:


LA SENTENZA DI PRIMO GRADO DEL PROCESSO AI MANDANTI

CONFERMA:

LA STRAGE È STATA

ORGANIZZATA DAI VERTICI DELLA LOGGIA MASSONICA P2

PROTETTA DAI VERTICI DEI SERVIZI SEGRETI ITALIANI

ESEGUITA DA TERRORISTI FASCISTI


Il 6 aprile è arrivato a sentenza, in primo grado, il processo ai mandanti della strage che, grazie alla enorme mole di documenti raccolti, chiarisce e amplia il quadro mostruoso e atroce di connivenze, depistaggi e abusi di potere che si sono consumati prima e dopo l’eccidio del 2 agosto, oltre a confermare gli esiti giudiziari precedenti.

Viene confermato in modo eclatante che la strage fu progettata e finanziata dai vertici della loggia massonica P2, protetta dai vertici dei Servizi Segreti italiani, eseguita da terroristi fascisti.

Questa sentenza di primo grado dà anche un volto e un nome al quinto esecutore materiale della strage: è Paolo Bellini neofascista dal curriculum criminale terrificante. Già nel 1975 compie attentati e un omicidio politico per poi divenire collaboratore di giustizia, killer per la ‘ndrangheta, ed essere, infine, coinvolto nella inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.

La ricostruzione delle protezioni di cui ha beneficiato Bellini è impressionante, a partire dai rapporti col Procuratore Capo di Bologna nel 1980, Ugo Sisti che contribuì a dirottare l’inchiesta sulla strage verso una fantomatica pista internazionale; lo stesso Ugo Sisti, che era a capo del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, DAP, al tempo delle manovre del Sisde presso il carcere di Ascoli Piceno all’epoca del sequestro Cirillo. Fu proprio allora che Ermanno Buzzi, condannato in primo grado per la strage di Piazzadella Loggia, e Carmine Palladino arrestato per la strage del 2 agosto furono trasferiti nel carcere di Novara in cui vennero uccisi da Mario Tuti e Pierluigi Concutelli, affinché non potessero rivelare quanto sapevano sullo stragismo nero il primo, e sulle movimentazioni finanziarie e sui finanziatori occulti il secondo.

Bellini era un esponente di Avanguardia Nazionale, Ciavardini e Picciafuoco erano di Terza Posizione, Mambro, Fioravanti e Cavallini erano i capi dei NAR: quel 2 agosto di 42 anni fa, qui, in stazione, erano presenti tutte le sigle dell’estremismo neofascista.

L’attuazione pratica della cosiddetta “strategia dell’arcipelago”, che vedeva muoversi le varie sigle eversive apparentemente divise ma unite per obiettivi comuni.

Il giudice Mario Amato, aveva intuito che nell’estrema destra si stava organizzando qualcosa di molto grosso che avrebbe riunito con un unico obiettivo la variegata galassia nera e per questo fu ucciso.

Il suo lavoro è stato fondamentale per la ricostruzione del contesto eversivo in cui è maturato l’attentato.

Come accertato anche dalle ultime sentenze, la strage del 2 agosto va inserita nella più ampia strategia della tensione, perseguita dall’eversione di destra e sostenuta da un coacervo d’interessi di cui erano portatori, oltre le frange neofasciste, anche i vertici dei Servizi Segreti, la massoneria piduista ed esponenti politici.

Infatti nel 1978 avvenne la nomina da parte dell’allora Consiglio dei Ministri, presieduto da Giulio Andreotti, con l’avallo di Francesco Cossiga dei direttori dei Servizi Segreti tutti iscritti alla loggia massonica P2 e infedeli allo Stato democratico.

Questi vertici erano in carica durante la vicenda del rapimento e l’uccisione dell’On. Aldo Moro e mentre si verificavano molti delitti eccellenti tra cui spiccano quello del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, quello del magistrato Mario Amato e la strage di Bologna del 2 agosto 1980.


Con le udienze dell’ultimo processo per l’attentato del 2 agosto e con le udienze di altri processi in corso, tra cui quello sull’omicidio del giudice Paolo Borsellino, si vanno componendo i pezzi di un enorme puzzle che potrebbe spiegare intrecci, reti e depistaggi che hanno segnato non solo gli orrori degli anni del terrorismo, ma l’intera storia criminale e politica della nostra Repubblica, fino ad arrivare ai giorni nostri. Una nuova area di verità si è aperta. Una verità che racconta un fenomeno criminale sistemico, ramificato e costante, volto a condizionare la libertà e la democrazia non solo nel 1980, ma anche negli anni successivi.

42 anni di indagini e processi costellati da depistaggi ci fanno capire che non si tratta solo di storia passata, ma anche di attualità.

Infatti, nel recente processo ai mandanti, gli accusati, condannati per depistaggio e per false dichiarazioni rese agli inquirenti, i reati li hanno commessi nel 2019!

Ad esempio, l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, imputato per depistaggio è stato condannato a 6 anni e l’ex amministratore di condomini in via Gradoli a Roma, Domenico Catracchia accusato di false informazioni ai Pm al fine di sviare le indagini, è stato condannato a 4 anni con le aggravanti!

Tutto ciò conferma che ancora oggi certi segreti debbono essere coperti per non compromettere equilibri consolidati nel tempo e ancora attuali.

In questi 42 anni di indagini e processi, il depistaggio, il tentativo di deviare la verità e di inquinare la giustizia, sono stati una costante: nei primi istanti dopo l’esplosione del 2 agosto 1980, si tentò di sostenere la tesi dello scoppio di una caldaia, poi si introdusse la pista internazionale sfociata nella pista palestinese con uno stillicidio di varianti che ogni anno vengono sempre riproposte fino alla vigilia di questo anniversario. L’ultimo accertato tentativo è stato svolto durante quest’ultimo processo nel corso del quale sono stati inviati gli atti alla Procura di Bologna per valutare la possibilità di incriminare per depistaggio tre consulenti tecnici che ricoprono ruoli istituzionali nello Stato. Una intercettazione che coinvolgeva pesantemente Bellini, è stata trasformata in un depistaggio!

Gli episodi sono così numerosi che non si contano.

E, fatto più preoccupante, non si fermano e, molto spesso, trovano appoggio e sostegno da stampa nazionale e da molte emittenti televisive.

Ringraziamo il presidente del Consiglio Mario Draghi che con una direttiva emessa il 2 agosto dello scorso anno ha decretato il versamento all’ Archivio di Stato di tutti i documenti relativi alla loggia massonica P2 e alla organizzazione paramilitare Gladio, ponendole di fatto come organizzazioni che hanno a che fare con l’eversione e lo stragismo.

Un segno di buona volontà, seguito purtroppo da un pessimo segnale, cioè la nomina ferragostana dell’anno scorso, con una procedura discutibile e ambigua fatta dal ministro Dario Franceschini, del dott.Andrea De Pasquale alla direzione dell’Archivio di Stato, che in qualità di direttore della Biblioteca di Roma era stato al centro di polemiche per i comunicati in tono celebrativo di Pino Rauti, fondatore del gruppo Ordine Nuovo. Vogliamo ricordare che alcuni affiliati ad Ordine Nuovo sono gli esecutori dell’omicidio del giudice Vittorio Occorsio, della strage di piazza Fontana a Milano e della strage di Piazza della Loggia a Brescia.

L’Archivio di Stato è quell’ente che ufficialmente detiene la memoria del nostro Paese, dove è, tra l’altro contenuta la copia originale della nostra Costituzione antifascista. E dove tutti i documenti desecretati dovrebbero essere depositati.

La sollevazione di tanti intellettuali e studiosi capaci, delle associazioni delle vittime delle stragi, non ha impedito la sua nomina a capo di una istituzione così rilevante.

E consideriamo un pessimo segnale anche il convegno organizzato in un’aula del Senato da Fratelli d’Italia per celebrare la figura di Gianadelio Maletti, Direttore dell’ufficio D del SID, Servizio Segreto civile, iscritto alla loggia massonica P2 già condannato per favoreggiamento nell’ambito della strage di Piazza Fontana.

Celebrare una figura simile, in una sede istituzionale, a pochi giorni dalla sentenza ultima sulla strage del 2 agosto, è un chiaro messaggio di protezione a un sistema di potere ancora operante e capace di attivarsi.

Sempre nel recente processo, sarebbe emersa una rete di protezione economica pronta ad aiutare gli ex terroristi dell’eversione neofascista anche nel corso dell’esecuzione della pena.

E’ infatti del 2007 l’intercettazione ambientale nella quale Gennaro Mockbel, persona con precedenti penali e legata agli ambienti dell’eversione neofascista, incredibilmente affermava di avere corrisposto la somma di “1 milione e due” per tirare fuori dal carcere Francesca Mambro e Valerio Fioravanti.

Non solo. L’ex terrorista Mario Tuti avrebbe ricevuto addirittura somme di denaro mensili mentre beneficiava del regime della semilibertà.

Inoltre, gli investigatori dell’epoca accertavano che tra il Mokbel, la Mambro e il Fioravanti, vi fossero legami consolidati, collaborando nel progetto di un partito politico che avrebbe aiutato l’elezione di un Senatore della Repubblica Italiana, tutto questo mentre Valerio Fioravanti beneficiava della libertà condizionale e non aveva ancora finito di espiare la condanna all’ergastolo anche per la strage alla stazione di Bologna.

Si aggiunga ulteriormente quanto emerso dalle recenti inchieste giornalistiche riguardo alle Associazioni e Cooperative di Luigi Ciavardini e di sua moglie Germana De Angelis che operano all’interno delle carceri di Rebibbia a Roma, di Frosinone e di Terni, organizzando attività di reinserimento dei detenuti che consentono di ottenere benefici premiali, compresa la semilibertà.

L’Associazione di Ciavardini opererebbe all’interno del carcere una diretta selezione dei detenuti da far partecipare ai corsi di reinserimento, contrariamente alle regole carcerarie.

Non solo. La stessa moglie di Ciavardini dichiara al giornalista che la loro Associazione ha aiutato Cavallini ad uscire dal carcere di Terni, nel 2017.

Dall’inchiesta emergerebbe quindi un rapporto attuale tra i due ex terroristi. Ad oggi noi sappiamo che Ciavardini è imputato per il reato di falsa testimonianza, resa nel processo di primo grado che ha condannato Cavallini come quarto esecutore della strage alla stazione di Bologna.

E poi non ultimi, ci sono i silenzi e i tentativi di inquinamento mediatico: quelli che trattano come mero fatto locale le ultime importantissime risultanze processuali sulla strage del 2 agosto, oppure, addirittura, non ne danno affatto notizia, per tenere la popolazione in un lockdown informativo permanente, sapendo bene che la conoscenza dei fatti e la consapevolezza sono il primo presupposto di ogni cambiamento.

Se c’è una lezione che abbiamo imparato in questi 42 anni, è che ogni grande cambiamento comincia con una semplice azione e con la scelta di fare la propria parte.

Il processo ai mandanti della strage di Bologna per molti potenti non si doveva fare. La Procura di Bologna voleva archiviare tutto il carteggio e le memorie presentate dall’Associazione delle vittime senza sviluppare nessuna indagine, ma la Procura Generale di Bologna ha scelto di avocare l’indagine e di fare così la propria parte, colmando enormi e macroscopiche lacune.

Ha avocato a sé l’indagine, ha istruito un processo da più parti ostacolato, e il processo è arrivato a una sentenza e a risultati impensabili fino a pochissimi anni fa.

Avevamo ragione, la nostra Associazione, i suoi collaboratori e i nostri avvocati hanno dimostrato che avevamo ragione.

Il documento Bologna, che prova i finanziamenti sottratti da Licio Gelli dal crack del Banco Ambrosiano versati poi agli esecutori della strage del 2 agosto ’80, era già a conoscenza dell’Associazione da anni. Grazie a un bravissimo cancelliere di Milano, che ha scelto di fare la propria parte, è stato possibile per la Procura Generale recuperare l’originale.

E grazie alle scrupolose indagini di agenti della Guardia di Finanza e della Digos di Bologna, che hanno scelto anche loro di fare la propria parte, è stato possibile interpretare lo stesso documento e ricostruire il flusso di denaro che dai mandanti piduisti arriva ai depistatori e agli esecutori materiali della strage fascista del 2 agosto 80. Il primo finanziamento per creare una pista internazionale è datato 16 febbraio 1979, circa un anno e mezzo prima della strage.

Già a quei tempi, i vertici della P2 organizzarono i depistaggi e gli inquinamenti futuri a cui molti politici di varie tendenze si sono accodati, attratti da chi li orchestrava.

Il filmato che ritrae Paolo Bellini pochi minuti dopo lo scoppio della bomba, qui in stazione, era già tra i documenti dell’inchiesta, ma grazie al coordinatore del nostro collegio di parte civile Avv. Andrea Speranzoni è stato possibile individuare in modo inequivocabile il quinto esecutore materiale della strage.

E hanno scelto di fare la propria parte come testimoni anche i familiari di Paolo Bellini, venendo in aula a dire la verità, mettendo in discussione la loro vita, facendo una scelta difficile e coraggiosa che noi familiari delle vittime apprezziamo e rispettiamo profondamente.

E hanno scelto di fare la propria parte i magistrati giudicanti dell’ultimo processo sulla strage del 2 agosto, che hanno deciso di raccogliere l’eredità morale ed il lavoro investigativo di magistrati come Vittorio Occorsio, Mario Amato, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, arrivando a una sentenza storica, che indica la strage come il risultato di un gruppo occulto di potere, che risale alla P2: lì si annida la spiegazione dei vincoli tra chi l’ha eseguita e chi l’ha coperta.

E questo è solo l’inizio. Quanto emerso è solo l’inizio per uscire dalle logiche di ricatto che hanno condizionato e ancora condizionano la nostra vita democratica.

Siamo solo all’inizio.

Sono passati 42 anni e siamo solo all’inizio.

Questa frase può sembrare una sconfitta, ma non lo è.

Se la posta in gioco è la ricostruzione di un Paese che possa finalmente essere davvero libero, democratico e trasparente, vale ancora la pena di lottare.

Se la posta in gioco è la creazione di uno Stato inteso come bene comune dove ognuno faccia la sua parte per rendere più umana e solidale la nostra società, il nostro impegno civile non potrà mai cessare.

Per noi familiari delle vittime fare la propria parte significa continuare a perseguire giustizia e verità.

L’unico modo per convivere con il lutto è trovare pace nella giustizia.

Come fare la propria parte, ce lo avete insegnato per primi voi: 42 anni fa molti di voi sono rientrati dalle ferie per prestare soccorso; alcuni scavando con le mani tra le macerie ci hanno salvato la vita; tutti voi, stando ogni anno qui al nostro fianco, date forza e aggiungete valore al nostro impegno.

Facendo la propria parte, un’azione alla volta, una scelta alla volta, si può cambiare il mondo.

Di fronte a questa splendida piazza viene da dire che facendo la propria parte, se anche tutto sembrerà difficile, nulla sarà davvero impossibile.

Grazie”.


 


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